Nina
Ditemi un solo nome che ha ascoltato la sua voce e l'ha dimenticata. Impossibile che accada e non perché sia perfetta, la sua voce è qualcosa di vivo che si insinua sulla pelle senza alcuna salvezza: brucia, trema, morde, senza fare male. È la voce di Nina Simone, ed è come camminare a piedi scalzi su un sentiero di brace e fiori. La ascolti e senti un dolore antico, una dolcezza che non vuole piacere a nessuno, una preghiera che non cerca salvezza, ma verità. Nina non fu una cantante. Fu una presenza. Una ferita aperta sul mondo. Nata come Eunice Waymon, pianista bambina che sognava Bach e Schubert, si scontrò presto con l’ingiustizia: troppo nera per il palco bianco della musica classica. Così scelse di restare sé stessa, trasformandosi in un’anomalia, in un grido musicale che univa gospel, jazz, blues, folk e lotta. Ma non era un patchwork: era una profezia. Scriveva con il sangue, suonava come se ogni nota fosse l’ultima, cantava per raccontare la sua America, quella che bruciava le croci e i sogni, ma che non poteva spegnere la sua voce. In “Four Women” diede nomi, pelle e identità a chi era rimasta senza volto. In “Mississippi Goddam” fece della rabbia un poema politico. E quando sussurrava “I Loves You, Porgy”, non era una dichiarazione d’amore: era la richiesta disperata di essere vista. Davvero. Senza filtri. Nina è stata anche fragilità e fuga. Europa, l’esilio, le notti solitarie. Le sue mani sul pianoforte erano casa e campo di battaglia. E il suo volto, spesso rigido, era quello di chi ha capito che la dolcezza è un lusso per chi non ha dovuto lottare. Non un viaggio senza ascoltare la sua voce. Quando la strada si fa più lunga, quando un cielo ci sorprende improvvisamente triste, o quando vediamo qualcuno che cammina come se portasse tutto il mondo sulle spalle. Allora parte “Don’t Let Me Be Misunderstood”, e ci sentiamo sorelle.
Nina è un faro, un urlo educato dalla musica, una poesia urlata nella notte.
“An artist’s duty is to reflect the times in which we live.”
E lei lo ha fatto.
Con tutto il cuore. Con tutto il fuoco. Con tutta la vita.
Nina Simone, 1969. Jack Robinson, Hulton Archive/Getty Images