Letizia Battaglia. La luce cruda di Palermo
La fotografia di Letizia Battaglia è stata un grido stretto tra le mani, una fotografa, sì, ma prima ancora una testimone, una veggente urbana, una sentinella armata di sguardo. Palermo non l’ha solo raccontata, ne ha attraversato il suo senso, capita, amata e urlata. Dentro le sue foto c’è la polvere delle strade, la carne della città, i suoi silenzi e le sue urla. C’è la mafia e l’infanzia, la morte e la resistenza, la bellezza e la rabbia. Letizia non fotografava per compiacere, ma per denunciare. Ma mai senza poesia. Nei suoi scatti – rigorosamente in bianco e nero – ci sono corpi riversi sull’asfalto e bambine con lo sguardo già adulto, processioni, sangue, speranza. È stata una delle prime donne fotoreporter in Italia, ma non ha mai amato le etichette: voleva solo raccontare la verità. E la verità, per lei, era Palermo, città maledetta e meravigliosa, puttana e santa.“Fotografare è stato un modo per non morire,” ha detto una volta. E con ogni foto ha restituito voce a chi non l’aveva, memoria a ciò che si voleva dimenticare. Eppure Letizia era anche dolcezza, ironia, forza gentile. In quelle bambine che ritraeva – spesso nel quartiere della Kalsa – c’era tutta la sua voglia di futuro, di vita, di luce. La sua fotografia è un’arte dell’urgenza, ma anche del respiro. Un racconto lirico e ruvido del femminile, della Sicilia, dell’essere umani.
Quel che ricordiamo di lei in viaggio, è che Lei sapeva che si può amare un luogo anche quando ti ferisce... che ogni scatto può essere un atto d’amore e disobbedienza.
“Non ho mai avuto paura. Avevo troppa rabbia per averne.”
Letizia Battaglia. Parigi 1993