Non colleziono immagini, custodisco vite.
Immagino il mio lavoro come la costruzione di una scatola di vetro trasparente dove si susseguono infinite fotografie e si proteggono storie da riscrivere attraverso l’immaginazione. Nella mia stanza, dove la luce filtra attraverso tende di fiori bianchi, mi immergo in un passato che non mi appartiene, ma che sento profondamente mio. Cerco ovunque ci sia un richiamo, attratta soprattutto dai volti delle donne e delle bambine. Sento la necessità di una narrazione che per troppo tempo è stata limitata e che oggi può finalmente riappropriarsi di una realtà che aveva un unico racconto. In quegli sguardi, spesso intensi e malinconici, leggo storie vissute all’ombra, sogni infranti e amori perduti. Le bambine, con i loro occhi grandi e limpidi, mi ricordano una felice malinconia: quel tempo del gioco ignaro del tempo che avrebbe rubato i colori.
L'emozione del ritrovamento
Quando cerco fotografie tra le scatole di vecchi mercatini, cerco un’emozione che si colleghi alla mia biografia. Una volta a casa, non ricostruisco alberi genealogici; lascio che le immagini scorrano. Ogni scoperta è una porta aperta su un mondo nuovo, un segreto sepolto che il destino ha scelto di far toccare a me, in un preciso istante, congelando il flusso continuo del tempo. Sento in quei frammenti la forza inarrestabile della vita e il suo continuo mutare. La memoria è un luogo sacro: attraverso una fotografia si può far rinascere l’identità di una persona. In quelle stanze piene di polvere e di ricordi, cerco un filo conduttore che unisca la mia vita a quella di altre donne. Ma la verità è che, in ogni scatto ritrovato, sto scrivendo continuamente la mia.
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