Claude Cahun – Io sono molte
Claude Cahun nasce Lucy Schwob, la sua vita è una continua metamorfosi. Tra travestimenti, scritti, fotografie e militanza, ha attraversato il Novecento come un’ombra ribelle, fatta di luce. “Sous ce masque, un autre masque. Je n’en finirai pas de soulever tous ces visages” — Sotto questa maschera, un’altra maschera. Non finirò mai di sollevare tutti questi volti. È così che Cahun si racconta. Il suo lavoro fotografico, insieme alla compagna e musa Marcel Moore, è un gioco serissimo di specchi e domande. In anticipo sui tempi, smonta i ruoli imposti, travalica il maschile e il femminile, mette in crisi ogni certezza su chi siamo e chi potremmo diventare. Le sue fotografie non sono ritratti. Sono affermazioni di esistenza sfuggente: Claude in veste di angelo, di aliena, di dandy, di figura mitologica. Ogni scatto è un atto di resistenza poetica. La sua estetica è inquieta, provocatoria e delicata, come un sussurro che disarma. E ci riguarda ancora, profondamente. Nel suo libro Aveux non avenus (Confessioni non confessate), scrive: “Maschio? Femmina? Non sono interessata a questo. Il neutro è il solo genere che mi attiri.” Durante la Seconda guerra mondiale, sfida anche la realtà storica: con Moore entra nella resistenza surrealista contro il nazismo, diffondendo volantini antifascisti sull’isola di Jersey. Viene arrestata, ma sopravvive. Anche la sua arte è un atto politico. Claude Cahun è oggi una stella polare per chi cerca nella fotografia e nella scrittura una possibilità di affermazione di sé — non di ciò che si è, ma di ciò che si può essere. Una voce che risuona tra le crepe dell’identità, con grazia e rivoluzione. Nel nostro sguardo fotografico, Claude cammina con noi: ci ricorda che ogni volto è un viaggio e che ogni maschera può essere rivelazione.