Alda Merini. La poesia che sanguina, ride e canta la vita

Fiume in piena Alda,
Non una poetessa da cornice, anzi, mentre creava poesia nemmeno sapeva, lasciava fluire sentimenti come lava, la sua presenza le attraversava la carne e l’anima con parole incandescenti, vissute, mai concesse alla superficie. La sua poesia nasce dal fondo, dalle viscere della vita, e si manifesta come rivelazione e piaga, canto e ferita, musica e delirio. Ha scritto “Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta.” È in quella tempesta che Alda ha abitato, scegliendola, o forse subendola con grazia ostinata. Merini ha attraversato l’inferno del manicomio, la solitudine, l’emarginazione, ma anche la luce dell’amore, della maternità, dell’amicizia artistica. È stata poeta nel senso più alto e disarmante del termine: una donna che ha saputo restituire la propria sofferenza come dono, come materia vibrante per gli altri. Non ha mai cercato la bellezza facile, ma la verità più spigolosa, quella che si fa carne e che parla anche attraverso il silenzio. Milano, i Navigli, il fumo, la macchina da scrivere, i gatti, le lettere d’amore spedite a Dio. Ogni dettaglio della sua vita si fonde con la sua opera, in un realismo magico domestico, in una messa in scena dell’invisibile che sa farsi corpo. Le sue parole sono fotogrammi di un mondo interiore che non si piega, che urla, che ama, che ride persino mentre sanguina. “La poesia è una creatura muta / che si lascia dire da chi l’ha persa.” Merini, questa poesia perduta, l’ha sempre ritrovata in sé, anche quando la realtà cercava di spegnerla.
Nel viaggio – che è fotografia, scrittura, ascolto lento del mondo – Alda Merini è una compagna essenziale. È la voce che insegna che lo sguardo può essere ruvido e tenero insieme, che si può essere fragili e incantati senza mai diventare deboli. Nel suo appartamento sui Navigli, pieno di libri, di caos e di luce obliqua, viveva una donna che non si accontentava della definizione di poetessa. Era una madre della parola. Una sacerdotessa disarmata dell’anima. Una fotografa invisibile dell’invisibile. “Le mie poesie non cambieranno il mondo,” scrisse una volta. E invece, l’hanno fatto. L’hanno cambiato in chi legge, in chi ascolta, in chi decide di non nascondere più le proprie crepe.


“Io non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori chiamati pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all’orecchio degli amanti.”
“Ci sono fiori che crescono anche nel buio.
Basta solo saperli guardare.”


Fotografia: Alda Merini fotografata da Maria Di Pietro
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